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La città d’arte di Cortona premia il poeta Mauro Montacchiesi e il pittore Gilberto Piccinini

E’ stata inaugurata Domenica 15 Aprile nelle sale espositive della Galleria Nazionale di Cortona la 9^ Rassegna nazionale d’Arte e Letteratura "Omaggio a Cortona". La mostra è stata inserita dall’Amministrazione Comunale nel circuito degli eventi culturali organizzati presso i siti istituzionali nell’ambito della stagione primaverile di Cortona.

L’Associazione Culturale “San Domenichino" e la Galleria Nazionale di Cortona hanno organizzato l’evento per far conoscere artisti di sicura fama e artisti emergenti selezionati nel panorama nazionale. Dopo il saluto e i ringraziamenti del Presidente dell’Associazione Franco Pedrinzani, il dirigente dei Beni Monumentali e delle Sedi Culturali della Città di Cortona Gnerucci a nome dell’Amministrazione Comunale ha rivolto il saluto ai presenti, parole di apprezzamento per l’iniziativa e ha testimoniato con una efficace sintesi, il lavoro svolto in questi anni per la crescita culturale della città.

Il critico e storico dell’Arte Dott.Manrico Testi ha poi introdotto gli artisti. Oltre venti  gli artisti e le opere esposte; unico il tema: la libertà di espressione.
Nel pomeriggio si è proceduto alla premiazione dei maestri d’arte e dei poeti presenti alla rassegna.

Primo premio assoluto poesia all’Accademico, poeta, scrittore, saggista, recensionista Mauro Montacchiesi di Roma. Vincitore di numerose Rassegne, benemerenze e note onorifiche ha successivamente voluto omaggiare l’artista del mare Gilberto Piccinini anche lui gratificato con il Primo Premio Pittura. Di seguito le emozionanti parole del poeta romano:

Gilberto Piccinini l’Artista
Sebbene nato a Milano, quindi assai lontano dalla salsedine, dagli aromi, dai colori del mare, Gilberto Piccinini ha sempre avvertito, prorompente, il malioso richiamo del pittoresco versante marino della meravigliosa Liguria. Molti folkloristici, spesso a strapiombo paesaggi di questo suggestivo, italico tratto, hanno catalizzato e continuano a catalizzare la sconfinata e sempre più sorprendente ars inveniendi della sua cospicua produzione artistica, ovvero di un’Arte vibrantemente evocativa, permeata di intensi, fibrillanti moti e di sublimi incanti che esaltano il grande pathos pregno di tensione emotiva, nonché l’aulico, superno magistero icastico-iconografico dello stesso pittore meneghino. L’evoluzione tecnica di Piccinini sembra velocemente aliare, viaggiare con disinvoltura, verso la nitida precisione, la particolarità incisiva dei chiaro-scuri, l’emozionante intensità dei contrasti. Altamente evocativi, metafisici giochi di cromie cinetiche risaltano come pietre miliari del suo raffinato canone artistico, in grado di far fibrillare dalle fondamenta anche la più apatica ed agnostica condizione della mente e del cuore. Dalle opere di Gilberto Piccinini, impetuose prorompono eco, vibrazioni archetipicamente ancestrali, le quali obbligano l’osservatore ad ineluttabili, elucubrativi, caleidoscopici mnemo-feedback! Tali impetuose eco e vibrazioni catalizzano subliminalmente l’osservatore a spiccare voli temporali sulle ali di fantastiche chimere, in direzione di remeabili ere primordiali, allorché palingenetiche energie cosmiche diedero forma alle ruvide masse e linfa alle abissali depressioni terrestri, germinando, inusitata e casta, la vita. Dagli aristocratici canvas di Piccinini traspare, in tutta la sua irruente potenza, il sempiterno agone tra le furiose onde del mare e le anfrattuose coste, a cui l’osservatore (in senso archetipicamente antropologico ed ontologico) paurosamente ed allegoricamente si avvinghia, pur non volendo abdicare alla chiaroscurale malia dell’ignoto che il mare trasmette. Piccinini, nei suoi preziosi dipinti, propone come protagonisti sia masse rocciose tormentate dall’efferata furia del mare sia il mare stesso, all’apogeo della sua devastante irrequietezza. Gonfi, nembi scuri in compagine sovrastano il mare turbinosamente increspato: è questo lo struggente leit motiv, è questa la magica etra di intenso pathos che ascrivono un icastico, talora eidetico cachet, sui generis, all’Arte di Gilberto Piccinini. I canvas di questo Artista propellono emotivamente ed idealmente il cuore e l’anima dell’osservatore in direzione di algenti, esotici mari (quasi appartenessero ad un altro pianeta, ad un’altra dimensione), fino a sollecitare sfere sensoriali diverse, fino a catalizzare sinestesie di reale freddo sul corpo, nel corpo. In questa tormentata, controversa fase storica, il Genere Umano, genotipicamente, ha un’inderogabile, parossistica istanza di riscoprire, di riesumare gli archetipi, vale a dire le immagini, i simboli, i contenuti primordiali e universali presenti nell’inconscio collettivo relativi agli istinti primitivi e vigorosi e, tutto ciò, onde poter riscoprire la propria, vera essenza. Gilberto, talora, sembra preferire, al morbido pennello, la pivotante bacchetta di un aulico direttore d’orchestra, che sublimemente accorda e scandisce i muggiti del mare mentre sui rocciosi, anfrattuosi dirupi, violentemente, rabbiosamente si frange. L’Arte di Gilberto Piccinini è un genus di maieutica icastica, ovvero un magistero spontaneo che, nell’osservatore, fa emergere latenti sensazioni altrimenti mai neanche immaginate. Per l’anima dell’osservatore si tratta di un genus di aristotelica catarsi, catalizzatrice di una purificazione ad ima fundamenta, di un’armonizzazione estatica attraverso l’Arte!

***
Gilberto Piccinini nel Mito
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Archetipi e simboli

Gli archetipi ed i simboli si reificano in icone, il cui vigore esonda da qualsiasi logica, percezione o sensibilità. Gli archetipi ed i simboli sono l’ipostasi di un affascinante arcano che pertiene all’Es più profondo, al subcosciente umano di massa, ovvero a livello antropologico ed ontologico e, di conseguenza, alla sfera psichica di qualsiasi essere umano nella sua singolarità, unità, indivisibilità, in quanto atomica monade. L’analisi dei miti classici con metodologia psicologico-psicanalitica, offre topiche basi di speculazione e di apprendimento della più ima e latente natura umana, in quanto ciascun singolo individuo è l’ipostasi allegorica di un mito classico.

Frisso e l’ariete alato
Frisso (Eroe della mitologia greca, figlio di Atamante Re di Coronea/Boezia e di Nefele, fratello di Elle), prostrato dalle reiterate vessazioni perpetrate dalla matrigna Ino (Atamante aveva ripudiato Nefele), indirizzò una struggente prece alla dea delle nuvole, vale a dire a sua madre Nefele. Nefele regalò al figlio un ariete alato dal vello di purissimo oro. L’eroe, insieme ad Elle (Sua sorella) montò sul dorso del’ariete per iniziare un lungo volo, verso inusitati, alieni, esotici lidi. Tuttavia Elle, prostrata dal viaggio, cadde tra le braccia di Morfeo e precipitò in mare. Frisso, sconvolto, preservò la vita, tuttavia smarrì nel mare Elle, l’elemento allegorico della sua anima, del suo lato femminile. Frisso, in seguito, sacrificò l’ariete, la cui pelle appese ad una quercia. L’analisi psicologica appare patente: Frisso ascrive maggiore incidenza all’agire inane, piuttosto che alla ponderazione ed alla speculazione sui pro ed i contro, ma ne soffrirà.
Giasone ed il "Vello d’Oro"

La propensione alla vittoria e l’istintivo ardimento di Gilberto riverberano icasticamente nel mito degli Argonauti alla conquista del Vello d’Oro. Giasone, ammaliato dalle narrazioni sul Vello d’Oro e peculiarmente intrigato dalla sfida dell’utopia del rinvenirlo, aggregò un manipolo di ardimentosi, gli Argonauti, con il progetto di ritrovarlo e di riportarlo ad Argo. Molte furono le rischiose avventure che Giasone dovette affrontare prima di approdare nella Colchide (Regione dell’Asia Minore sulle coste sud-orientali del Mar Nero), ove l’eroe rinvenì il Vello e se ne impossessò. Per il trionfo nell’impresa, Giasone ricorse all’ausilio di Medea (Eroina della mitologia greca: figlia di Eeta, Re della Colchide. Dotata di arti magiche), di lui innamorata. Questo trionfo, tuttavia, fece perdere a Giasone la misura di sé stesso, al punto che l’eroe ben presto relegò nell’oblio l’aiuto e l’amore di Medea, volgendo i propri interessi verso un’altra donna. Medea anatemizzò Giasone, auspicando per lui la morte in mare e così più tardi avvenne. Nell’allegoria di questo epos si evince patentemente l’attitudine naturale di Giasone a rimanere invischiato nella pania della sua ombra, permeata di una pletorica istintività che interclude qualsivoglia speculazione a priori circa i portati del suo comportamento. L’uomo che pugna senza soluzione di continuità non trova spazi speculativi relatamente alla realizzazione dei propri progetti. Giasone sembra negligere gli aspetti femminili allorché naviga alla mercè della sua ombra, ovvero del suo lato oscuro. Alias, Giasone posterga il lato muliebre della propria natura. Nondimeno Giasone ha istanza, come qualsiasi altro essere umano, della propria energia femminile (*) e, in effetti, la conquista del Vello d’Oro si realizza in virtù di Medea, allegoria del suo aspetto magico-intuitivo.

(*) (Mito dell’Androgino: la ricomposizione platonica del mito delle due metà dell’entità umana, il maschio e la femmina, con il fine della perfezione assoluta)

Odisseo e le Sirene

Nell’Odissea diversi marinai di Ulisse perirono durante il periplo dell’Isola delle Sirene, le quali irretivano i naviganti con seducenti melodie e profferendo loro lo scibile immortale. Diverse navi, già prima di Ulisse, si erano infrante contro gli scogli ed i marinai uccisi. Odisseo (Ipostasi di Giasone, nella versione in cui questi si rammenta di riflettere prima di agire) ordinò ai suoi uomini di turarsi le orecchie con dei tappi di cera, onde evitare che sentissero il canto delle Sirene e, quindi, che ne venissero irretiti, con conseguente naufragio contro gli scogli. Odisseo, dal canto suo, si fece legare all’albero maestro, senza tappi, ma nell’impossibilità di agire. In questo modo, nella piena coscienza della propria, interlocutoria impotenza, Odisseo sperimentò il proprio mito, penetrando a fondo e portando luce al buio del suo mondo interiore, iconografizzato da impulsi di potere e da energie devastanti. In questo modo, corroborato dalla propria autocoscienza, Odisseo udì le voci, ma non naufragò contro gli scogli. Ergo, metaforicamente: vivere gli stati d’animo, le emozioni, i sentimenti con un quid di cosciente avulsione, permette di non smarrirsi alla deriva.

Un comune denominatore

Il Mito-Gilberto si concretizza in un’ipostasi trinitaria (Frisso-Giasone-Odisseo) con un comune denominatore: il mare!
* Frisso smarrisce nel mare Elle, l’elemento allegorico della sua anima, del suo lato femminile;
* Giasone posterga il lato muliebre della propria natura e morirà nel mare;
* Odisseo naviga nel mare e si confronta con le Sirene (Il proprio lato femminile), evitando, tuttavia, il naufragio contro gli scogli (Allegoria).

Simbologia del mare

In diverse culture, il mare è simbolo delle profondità inconsce e dell’insondabile mistero umano. Il mare viene identificato, talora, con la madre, quale sorgente di vita e di alimentazione: il liquido amniotico primigenio nel quale la vita germina e subisce continue palingenesi. Similmente alla madre, il mare può scatenare tutta la sua spaventosa potenza e trasformarsi in elemento di annichilamento e catarsi. Il mare in tempesta vanifica ogni gestione di sé e distrugge ogni presidio, obbligando l’individuo a prendere coscienza delle sue più profonde emozioni, del suo più ignoto essere. Il mare, ovvero l’inconscio, un luogo di abissi arcani ed imperscrutabili. Un universo amniotico di palingenesi e di presa coscienza, dal quale affiorano tutte le paure rimosse.
Il mare è inconscio collettivo in virtù della sua grandezza. Il mare approda a lidi alieni. Il mare si rinnova e rinnova senza sosta. E’ emblema di perpetuo movimento, di una dinamica che avvinghia l’Uomo nel corpo e nella mente. Il mare è l’immenso, il desiderio d’immenso, di navigare senza catene!

Conclusione

Per Gilberto Piccinini, il mare è il prezioso scrigno dell’anima, di cui subisce gli affascinanti riverberi, i subliminali richiami, che traspone in magistrali cromo-iconografie sovente in osmosi con una sorta di Espressionismo Metafisico. Il mare è il liquido amniotico (Richiamo alla Madre), il depredatore corsaro dell’Anima (Ratto di Elle).

www.cartaepenna.it/autori/montacchiesi.html
www.gilbertopiccinini.com

 

 









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